Un sigaro con Piotta Music

Nel momento in cui qualcuno intona “Siamo i giovani, i giovani più giovani”, chiunque di qualunque età si trovi nelle immediate circostanze non potrà evitare di unirsi al coro. Sono passati quasi quindici anni e Piotta oltre ad essere ricordato per essere “il beach boy come Silver Surfer”, stupisce ancora con una continua innovazione della propria produzione.

L’ultimo disco s’intitola Nemici e contiene una non poco implicita critica a tutto un mondo che permea le vite di un’Italia affascinata dai talent show, stordita da un’informazione mediatica bombardante, da una prepotente superficialità.

Una romanità prorompente, una città adorata e contestata e un approccio sciamanico alla musica sono i retroscena che hanno costituito le basi di questa intervista.

Intorno agli anni 2000 il cinema italiano ha avuto due baluardi in cui i protagonisti sono stati esponenti della scena rap. Tra questi troviamo Il Segreto Del Giaguaro, che si ricollega al tuo storico brano e di cui tu sei il protagonista. Cosa pensi sia accaduto in quel periodo in cui scena musicale e cinematografica si sono fusi?

E’ successo che abbiamo smosso così tanti e grandi numeri, tra persone, tv, dischi venduti e concerti, che più di qualcuno ha pensato di investire e guadagnare su quella prima generazione di hip hop italiano. Dai libri al cinema, e nessuno può resistere al fascino del cinema. Tanto meno io che da buon romano ho respirato sin da piccolo set e attori vari in giro per le vie di Roma.

Il messaggio con il titolo del disco “Nemici” è abbastanza esaustivo, ma perché hai deciso di identificarci un intero album, dando in questo modo un riferimento? D’altronde, come diceva Oscar Wilde “Non importa se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”.

Figurati che a me sembra pure poco identificarci un solo album. Per me Nemici è uno stato della mente, è un concetto filosofico con cui approccio ed ho approcciato alla vita, tutta. Sono il classico tipo che sembra calmo ma che dentro nasconde il sacro fuoco del suo lato oscuro. Non a caso scelsi l’hip hop, così alternativo allora alla massa e a un certo modo di intendere la musica in Italia.

Forse siamo stata l’ultima generazione politicizzata, anche nell’accezione più sarcastica delle rime.

Con quell’attitudine punk e quella anarchica libertà figlia della grande stagione dei centri sociali.

Trasformammo però il piombo dei fratelli più grandi, almeno per me che ne ho uno di 10 anni più grandi, nella potenza sciamanica della musica dal vivo.

E comunque Oscar Wilde ha detto che parlare male di qualcuno è spaventoso, ma non parlarne è molto peggio.

Ad oggi cosa ha portato essere in vetta alle classifiche con La Grande Onda?

A vivere di musica, cosa piuttosto complicata a queste latitudini dove non c’è distinzione tra professionisti e non professionisti della musica. E la differenza non c’è e non si cerca perché tutto sommato per la politica e la cultura accademica siamo poco più che saltimbanco.

Oltre a questo è aver avuto finalmente un brano più famoso di Supercafone e il Giaguaro, visto che nel frattempo cominciavo simpaticamente a odiarli un po’.

Qual è stata la decisione che ti ha portato ad aprire un’etichetta indipendente e quali le aspettative?

La decisione è partita dalla mia psichiatrica esigenza di avere il controllo di tutto. Oltre a questo dall’altrettanto psichiatrica claustrofobia di cui soffro sin dall’adolescenza. Essere libero di fare quello che voglio, come voglio, quando voglio. Sono fatto così, prendere o lasciare. Ho sempre studiato e lavorato per rendermi indipendente economicamente e mentalmente. L’etichetta è uno degli step fatti in questa direzione. Le aspettative, a 10 anni dalla sua nascita e a circa 90 produzioni tra album e singoli, è quella di farla crescere ulteriormente e farla diventare – cosa che stiamo facendo con i miei soci – un contenitore più grande, che includa sublabel, produttori, attività di publishing, contenuti editoriali.

Dai tuoi testi si evince un forte legame con Roma, nonostante le critiche. È una città di certo fermento musicale, ma con un forte declino civico. Ad esempio, come pensi si potrà evolvere la situazione con l’elezione del nuovo sindaco su entrambi i piani?

Sul fronte del declino civico mi pare che Roma sia purtroppo in buona compagnia, fa solo più notizia a livello mediatico perché è la Capitale. Secondo me la stragrande maggioranza degli elettori ha idealizzato la figura della Raggi proiettandoli su di lei ogni risoluzione ai problemi propri e della nostra città. Ora, siccome la Raggi è un essere umano e non un nuovo Messia, e siccome qui ci si stanca presto di tutto, temo che tra pochi mesi rischia – salvo appunto miracoli – di finire tritata nel girone dei sogni infranti con la stessa velocità con cui la tifoseria romana esalta e fagocita calciatori e allenatori. In bocca al lupo a lei e in bocca al lupo a Roma.

Per quale motivo credi sia nato e si sia radicato il format del talent show e quale pensi sia l’aspetto negativo che si contrappone maggiormente alla tua visione di musica?

I talent, anche se avevano altri nomi, sono sempre esistiti. La vera novità è nella volgarità, oscena protagonista di questi teatrini degli orrori. Primi piani sullo sconfitto, inquadrature strette sui familiari, sulle lacrime di tutti. Si è fatta passare questa idea televisiva che la musica sia battaglia e lacrime, e non fertile e positivo terreno di confronto. Ora la musica non unisce ma divide, i vincenti dai perdenti, il vecchio dal nuovo. Quanto di più lesivo e pericoloso per i valori che la musica invece esprime. Almeno per come la vivo io. Comunque sia chiaro, io non desidero che i talent chiudano – anche perché sono posti di lavoro per tante maestranze -, vorrei però non fagocitassero tutto e tutti imponendo la loro mafietta radio televisiva che di fatto sta creando un corto circuito dannoso alla musica intesa come cultura e non solo declinata a mero business.

Vino Tabacco e Venere è il nuovo singolo che dà anche il nome al tour estivo. Perché tra le divinità che più si legavano ai primi due elementi, è stata scelta Venere, anziché Bacco?

In realtà il detto originale è Bacco, Tabacco & Venere. Quindi Venere c’è sempre stata, per fortuna.
Logicamente io per Venere non intendo la donna ma l’amore tutto, in tutte le sue possibili sfumature. Sempre per un fatto di libertà e parità di diritti, nessuno escluso.

Da cosa è scaturita l’esigenza di una collaborazione con Carotone?

Dal destino. Io sono un fatalista nato, e la vita è un mare pieno di correnti. A volte nuoti in una direzione, ma il più delle volte credo che siano le correnti a spingerci verso il nostro percorso. Nel mio, visti i dettagli che hanno reso possibile questa combo, c’era evidentemente questo brano. Mi piace molto e la trovo una perfetta instant song, se così si può definire, per questo periodo del mio percorso.

Come ti sei trovato a creare più volte la sigla del Trio Medusa su Radio Deejay?

Per amicizia. La cosa più semplice e bella in tutto. Ci conosciamo dal 2002 ed anche se io sono una pippa nata nelle pubbliche relazioni stiamo in contatto da allora, anche quando tour, programmi e chilometriche distanze romane ci separano.

Fai ancora parte dell’esercito del surf?

Assolutamente sì. La vita è saper surfare, sognando la grande onda nella consapevolezza di avere sempre qualche squalo pronto a mordere. E se prima o poi cadere è inevitabile, l’importante è trovare la forza e la grinta per rialzarsi subito, anche nei momenti più duri.