sine one, noyz narcos, roma Music / Un Sigaro con...

Il sole è a picco e il Lanificio, in cui Sine One ha lo studio, è un ottimo rifugio per il caldo e per consumare un pasto frugale.

Mentre salgo le scale dell’immensa struttura divisa in più ambienti (studi di registrazione, post produzione video, sala di danza, ecc.), Sine mi illustra i vari spazi, fino ad arrivare al suo personale: una tana, rinfrescata dal condizionatore, circondata da casse e computer dai quali esce un sottofondo musicale.

Sine tamburella le dita nel momento stesso in cui passiamo da modalità confidenziale a quella professionale: “accendo il registratore, così iniziamo”.

È il giorno prima dell’uscita del suo No Crew No Clue, “secondo EP vero e proprio”.

Un EP è un disco breve: 3 tracce.

White Forest Records è l’etichetta per cui è uscito No Crew No Clue: solo elettronica italiana.

Sine ha già pubblicato qualche brano con loro, “anche se non interessa a nessuno, perché la gente vuole solo le cose coi rapper”.

All’EP è accostato un video che non presenta un pezzo solo, perché Sine voleva che fosse “un mezzo short film, in cui si sentisse tutto il lavoro collegato ad un contesto video fico”.

Rispecchia l’atmosfera dei testi, quasi un progetto “audio-visual, in cui si senta delle parti del disco in tre minuti, con delle immagini fiche da guardare”.

Una sorta di riassunto evocativo.

È opera dei ragazzi di Smash Video, che vantano collaborazioni con Coez e Banana Burger.

Gli input sono stati di Sine e loro hanno iniziato a girare: insieme hanno montato le immagini e curato la post-produzione, sotto attenta supervisione del producer, che non aveva un’idea precisa, ma voleva trovare “un’immaginario che andasse bene con la musica e ce l’avevo in testa io”.

Un’attenzione al dettaglio e cura di ogni aspetto che condivide (anche se in maniera più blanda) con il Gemello: dalla musica, alla grafica della cover

Prima di White Forest Records – tra le altre cose – Sine si è tolto qualche soddisfazione anche con Lucky Beard, insieme a Stabber e DIGI, soprattutto all’estero: “qualche brano è passato pure sulla BBC”.

La considerazione più palese, basandosi su questa dichiarazione è che sembra che in Italia, questo genere faccia ancora fatica ad affermarsi, se non fuori da ristrette nicchie, che s’impegnano volontariamente a ricercare i brani sotto l’ombra delle piattaforme più commerciali.

“Negli ultimi anni è un po’ cambiata sta cosa: c’è un po’ più di gente appassionata ai settori dell’elettronica, che non sono quelli classici – come house, techno… -. C’è un po’ più d’interesse da parte degli ascoltatori” nota Sine e precisa che il progetto Lucky Beard ne ha risentito del fatto di essere circoscritto ad un pubblico più “nerd – tipo me – e  agli addetti ai lavori: non ha mai avuto un pubblico esteso. Musicalmente è strafica ed apprezzata da tutti, ma non si diffonde poi a chi ascolta e così è difficile che poi abbia risonanza”. Ma questo risale a 6 anni fa, quando “in Italia c’era il deserto su queste cose”: adesso la situazione sta cambiando. “Ultimamente anche il circuito dei Festival ha ingranato: c’è una differente attenzione”. Le proposte non sono molto varie e i personaggi che suonano in Italia sono limitati all’incirca sempre agli stessi nomi, ma “vedo che c’è un’apertura”.

Il paradosso di Sine è che il suo nome ha cominciato a risplendere subito, nel momento in cui si è accostato a nomi del rap come Noyz Narcos, Brokenspeakers, Coez o Gemello. Ed è per questo che nel momento in cui digito su Google il suo nome, mi stupisco del fatto che i primi risultati non sono associati al rap, ma all’elettronica. I due generi si sono evoluti nel tempo l’uno a fianco all’altro, senza omissioni, anche se per assurdo “le produzioni per altri sono venute dopo. All’inizio ero più un ascoltatore del rap: mi piaceva quella musica, ma al tempo non era il mio scopo principale farla. La cosa è decollata perché gli amici miei – che poi sono diventati quelli che sono diventati – una volta ascoltati i miei beat, gli sono piaciuti”.

La sua ambizione non prevedeva un coinvolgimento diretto nel mondo del rap, anzi “facevo elettronica e suonavo ai rave. Facevo tutto in modo un po’ mediocre, poi mi sono focalizzato di più su quel genere e mi sono categorizzato. Volevo fare roba strumentale con indirizzo rap, ma che potesse essere ascoltata, non necessariamente con una voce sopra”. Anche perché Sine non aveva un giro rap: se l’è costruito nel tempo. “Alcuni di quelli che lo facevano erano amici, o lo sono diventati per questo interesse in comune o perché magari eravamo semplicemente dello stesso quartiere, tipo Noyz”. All’epoca erano pochi quelli che facevano rap o lo producevano a Roma ed “era automatico linkarti se facevi quella roba là bene: così nascevano le cose”.

Era un’esplorazione mirata: se avevi quell’interesse, andavi a ricercare chi come te lo condivideva e in maniera assolutamente naturale iniziavi a collaborare.

Con Noyz tutto è nato da Montesacro, il quartiere in cui entrambi vivevano: “stavamo spesso al parco insieme e facevamo più o meno la stessa vita. Pur non essendo amici, facevamo parte dello stesso gruppo” e a quel punto è ovvio che ti conosci. Nel momento in cui “lui viene a sapere che facevo i beat, io scopro che rappava, esce la roba coi Truceboys, un giorno vai al parco e gli dai un cd con delle basi”. Una condivisione più diretta delle cose, che non per forza era meglio o peggio di come vengono trattate le cose oggi con l’introduzione della tecnologia, ma semplicemente “era diverso”.

Con Coez invece avevano degli amici in comune, “un ragazzo che stava a scuola mia era amico di Lucci, che era amico di Silvano; alle 7 di una mattina ad un rave di quindici anni fa ci conosciamo e decidiamo di beccarci. Da là, abbiamo cominciato a fare le cose insieme e siamo diventati amici”. Per creare qualcosa che trascenda dalle cose logiche della quotidianità e dai meccanismi di funzionalità pratica, è necessario che s’instauri un legame che non sia esclusivamente professionale “altrimenti dura sei mesi e poi basta”; soprattutto se si tratta di arte, per avere un rapporto di lunga durata è necessario che “ci sia un lato umano che ti prende bene”. Quasi con tutti quelli con cui Sine ha collaborato nel rap, alla fine si è concretizzata un’amicizia ed è proprio per questo che ancora continua.

Come l’ultimo EP, Indiana del Gemello, seconda parte di un progetto più ampio, che inizia con Niagara, sempre prodotto da Sine. In quel periodo in cui Noyz s’incrociava musicalmente con Gemello e il rap a Roma continuava ad alimentarsi di un soffio d’ispirazione altamente qualitativa, Sine non è riuscito ad inserirsi completamente, forse perché “non ero troppo espansivo; un po’ sospettoso – come adesso”, sorride un po’ ironico. Tramite Noyz – ma anche perché essendo la scena rap abbastanza ristretta, prima o poi era inevitabile che si conoscessero tutti – Sine trova il Gemello.

Con In The Panchine e il Truceklan, Sine non ha mai partecipato musicalmente, ma con Gemello s’incontrava spesso; poi si sono persi di vista e incrociandosi in giro, Sine si è chiesto con il dubbio che avesse smesso: “ma cosa sta facendo”? Domanda spontanea dato che negli ultimi anni Gemello era scomparso, facendosi notare solo per qualche featuring e i suoi coloratissimi dipinti.

“Lo ricordavo come uno dei pochi ai quali ero attento e me lo andavo a sentire quando uscivano cose nuove. Quando ci siamo ribeccati abbiamo deciso di fare qualcosa. Con i nostri tempi dilatati, dopo qualche mese siamo riusciti a buttare giù la roba nuova per lavorare all’EP di Niagara e contemporaneamente insieme ad Antonio di YouNuts, l’abbiamo portato in studio da Squarta, al quale è sempre piaciuta la roba del Gemello. Era tanto che non stava in studio, ma da là poi ha ricominciato”. Il secondo EP, Indiana “non sapevamo cosa doveva essere. C’è sicuramente un filo conduttore con Niagara ed ha avuto un buon riscontro: è una ripresentazione di Andrea [Gemello, ndr]” che non sparirà di nuovo, ma anzi rassicura Sine, “stiamo cercando di metterci subito a fare qualcosa di nuovo che potrebbe essere un disco vero e proprio e non una storia corta come questa”.

Per il 2018 sono in programma maestosi progetti, tra i quali uno che ripolvererà gli albori di Sine, riproponendosi in una nuova forma evoluta e “se segui i social si capisce di cosa stiamo parlando”. Concentrandosi sulla lunga distanza invece, la prospettiva è “una rinascita della scena romana – completamente scomparsa – e cercare di spodestare Milano”.

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