lowlow: Mix di Profonde Insicurezze e Grosse Convinzioni Music / Un Sigaro con...

Entro in un hotel.

Non pensavo ci fosse necessità di una sala conferenze: infatti non lo è.

È un luogo come un altro per accogliere chi ha delle domande e lowlow è là con l’impeto di una locomotiva per rispondere a qualsiasi interrogativo.

Sta facendo una diretta e da lontano mi metto ad osservare l’autore di Ulisse, pezzo di punta del suo album solista Redenzione.

Parla veloce, come se stesse perdendo tempo, come se stesse rincorrendo le parole che stanno fuggendo.

A volte è difficile stargli dietro.

Mentre vorticosamente accumula perifrasi, si aggroviglia i capelli, già scomposti e gesticola, cercando di trattenere il concetto astratto che sta esprimendo.

lowlow ha un diverso modo di interpretare la musica.

La percezione è quella di qualcuno che, come le frasi che rapidamente si affretta a scandire, senza inciampare, stia un passo oltre la soglia che l’interlocutore sta osservando.

Un personaggio che si è creato fornendo forse un’espressione di un se stesso sul quale è molto concentrato, tanto da ammettere che “non credo che avrò mai tempo per parlare di un’altra persona al di fuori di me”.

Il suo rap vuole essere un altro indumento da indossare, come quei pantaloni che ha volutamente tagliato a metà polpaccio e che indossa con fierezza.  Non importa che tu capisca, per lowlow “il rap è evoluzione. Ogni strofa che esce deve distruggere quello che c’è stato prima dal punto di vista lirico, tecnico e avanguardista”.

Lo scopo è quello di  “stupire, essere messo in discussione fino a far sì che le persone ci restino male di alcune cose e poi farle ricredere. Preferisco le storie d’amore tormentate, ecco”.

Il giovane rapper che in poco tempo ha raggiunto un’inaspettata – dagli altri – popolarità si descrive “manifesto”, risultato di una vivere “riflesso nella percezione degli altri”, anche se ad un primo approccio può sembrare un artista trasgressivo, mi confida che non è così, ma anzi è “come se io funzionassi con un mix di profonde insicurezze e grosse convinzioni, che si alimentano a vicenda e danno origine ad una forza. Questa è la cosa che mi permette di rinnovarmi”.

Grazie a degli aspetti apparentemente negativi, riesce a tramutarli a suo pro.

«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».

Citazione colta, degna di quegli intellettuali che lowlow commenta in risposta ad una delle molteplici domande che gli ho posto.

Ti dichiari il king della New School, eppure il tuo rap suona tecnicamente con delle forti influenze “Golden Age” – nonostante un chiaro rinnovamento -, rispetto ai nuovi fenomeni trap. Dobbiamo fare una distinzione tra i due generi o dare inizio ad una guerra stile Trono di Spade?

Non sono interessato a tutto questo. Nel periodo di Honiro questo discorso di old – new school l’ho scritto sui muri. Come diceva Mohammed Alì: “Ripetendo una cosa, si crea un vero cambiamento”. Questo concetto di king of new school l’ho impresso nelle persone e nel rap italiano. Ora tengo alla mia evoluzione artistica, che potrebbe andare oltre il rap. A me importa di comunicare. Il mio rap è il mio rap: una cosa come quella che faccio io non c’è. Non ho bisogno di negarmi a qualcosa per caratterizzarmi. Sono abbastanza caratterizzato con questi pantaloni divorati dai topi [ride, pensando alla battuta fatta ancora prima di presentarci, ndr]

Pensi che già adesso sia necessaria una “redenzione” per ciò che puoi aver fatto?

Alzo le mani. In ogni caso ti direi una cazzata: dicessi di no, apparirei come un puttino del presepe; al contrario non sarebbe credibile vedendomi, se ti dicessi che ho ammazzato tre persone in Alabama e sono scappato con un aereo privato. È interessante invece pensare che tutti questi testi – argomento ricorrente, sfondo del disco – sono atti al fatto che io devo arrivare più in alto di tutti: unico scopo. M’interrogo continuamente se la via ideologica giusta sia quella del bene o del male e quindi ci scrivo i testi sopra.

Nel tuo voler spiccare, in che cosa credi di diversificarti rispetto ai tuoi coetanei mainstream che fanno rap (vedi ad esempio Rkomi) che esprimono lo stesso disagio giovanile della Generazione Y?

Non è una questione di quello che dico, ma è come lo dico: sono più bravo, mi vesto meglio, sono tecnicamente più forte e faccio delle rime più fiche e originali; faccio degli incastri più complessi e li faccio arrivare alle persone con la stessa semplicità; ho un immaginario nuovo, un’estetica nuova, ho una profondità lirica che gli altri non hanno; ho un personaggio interessante anche per una persona di trenta, quarant’anni. Tutto qui.

Il tuo modo di fare rap sicuramente si distingue. Eppure il tuo stile mi ricorda il flow e la predisposizione dell’MC romano Rancore. È stato per caso in qualche modo fonte d’ispirazione?

Sì. Io e Tarek [Rancore, ndr] eravamo un po’ gli enfants prodiges del freestyle romano. Io andavo a casa sua e mi faceva sentire le cose. Da lui ho preso l’impostazione per realizzare questo disco. È stato il primo che mi ha fatto entrare nel mood di fare un singolo: discorso molto più artistico e meno discografico di quanto sembri. Mi piace il suo modo di esprimersi e mi rivedo in alcune cose. Io sto molto attento ad un particolare – che per Tarek è meno importante: fare una citazione (anche se non sai chi l’ha detta) che possa essere comprensibile anche dal salumiere. Per me è fondamentale la semplicità: è lì che si nasconde la perfezione.

In un’intervista a La Stampa citi Sorrentino dicendo che “Gli intellettuali non hanno gusto”, perciò quando i tuoi testi vengono considerati colti, la prendi come una valutazione che implica una tua mancanza di gusto?

No. Una manifestazione di superficialità da parte della persona che ha fatto il complimento. Non mi reputo colto, ma “cervello spugna”. Ho letto tre libri, però li so usare molto bene. Tipo Limitless: prendo tutti i dati e poi confluiscono. È vero che gli intellettuali non hanno gusto, perché hanno troppi modelli di riferimento e si perdono nel rispetto delle opere che vedono come sacre. Quelli che dicono che la poesia a tesi non è poesia sono degli idioti, perché tutti hanno una tesi, se no non scriverebbero.

E la tua qual è?

La mia è [rumore gutturale, ndr] Rhrrr.

Dici che riusciremo ad ascoltare un tuo nuovo disco o ti sarai “Già ucciso davanti a Fiorello, canale 8”?

In realtà voglio entrare nel Club dei 27, quindi ce la facciamo a fare qualche altro disco, forse anche un libro [ride].

Qualche anno, qualche album.