Leslie E Il Rap: “Approccio Alla Musica Come Se Fosse Una Donna” Music / Un Sigaro con...

Un giorno The Ceasars mi hanno sentito rappare e mi hanno chiesto: “Allora, che vogliamo fare”?

Io, piccoletta, ho semplicemente risposto: “Facciamolo”.

Come una favola.

La storia di Leslie, potrebbe iniziare con “C’era una volta…”, ma non proseguirebbe con il cliché della fanciulla che aspetta il principe azzurro.

No, è lei il principe, lei la guerriera.

In cameretta da bambina ascoltava Eminem, i rappers americani che marcavano rime omofobe, in un paese che non lasciava spiragli ad un rap che avesse una voce femminile.

Non mancava lo spazio, scarseggiava il soggetto.

Forse oggi lo abbiamo trovato.

Fino a qualche anno fa si faceva chiamare Leslie MC, “Una cosa terribile” sottolinea la rapper abruzzese e cominciando a partecipare alle jam, alle serate, e ai contest – come Captain Futuro di Esa, guadagnandosi più di 50.000 views su Youtube – è arrivata ad essere uno dei nomi più citati del rap femminile in Italia. Anzi: il nome più citato.

Leslie, dalla terra di Lou-X, accetta la sfida della cultura italiana in cui c’è un’evidente carenza di rappers donne e vuole far capire che “Le ragazze non sono tutte groupies: io ti rompo il culo sul palco e la cosa deve essere ben chiara”.

E per chiarire meglio il concetto, tra poco uscirà il suo primo album in collaborazione con The Ceasars – appunto – e sarà “Un disco dove faccio della musica che mi piace. Ci sono dei ritornelli un po’ pop, cantati”, diverso dall’anticipazione del progetto S/N  in cui la rapper voleva precisare che “So fare il rap. Punto. E che si tenga bene a mente”.

Ma chi è Leslie?

Sono io! È il lato peggiore di me, o forse il migliore. Non te lo so dire. Leslie è la parte di Lisa, che l’aiuta a risolvere i problemi nel gestire le emozioni. Accumulo molto stress e ho bisogno di una valvola di sfogo: il rap. Questa cosa mi ha fatto innamorare quando ero piccola e da là ho capito che ne avevo bisogno: dovevo farla. È una necessità, ma quando sto sul palco – essendo molto emotiva – penso a quello che sto dicendo e mi si rompe la voce: lì arriva Leslie.

S/N è una serie di pezzi, composizioni di strofe spontanee. Perché hai deciso di anticipare l’EP con  dei brani non correlati con il progetto piuttosto che fornire un’anteprima del disco?

Ad un certo punto ho avuto un crollo morale e ho smesso di cantare con la mia cricchetta. Con S/N volevo far capire alle persone che anche se ero stata ferma tanto tempo per dei motivi personali, non mi ero arresa. Un sacco di gente durante quella pausa ha scommesso che sarei stata un fuoco di paglia: e invece no. Volevo dimostrare alle persone che so fare il rap. Nel disco ho ampliato i miei orizzonti musicali. Nell’approccio con Paolo [The Ceasars, ndr] ho cambiato molti punti di vista, ho aperto gli occhi su tante cose, soprattutto a livello musicale. Il disco l’ho voluto fare di musica a 360°. Non ho voluto solo rappare. Prima avevo delle barriere assurde: ero una purista del cazzo. Fino a che non ho aperto gli occhi e ho detto: “Ngul’, la musica è bellissima”.

Come hai concepito il tuo disco d’esordio?

Con questo incontro con The Ceasars. Stavo pensando di fare un disco, ma non sapevo ancora come muovermi. Ho affittato una stanza per registrare e ho incontrato questi ragazzi [The Ceasars, ndr], che avevano l’altra parte dello studio. Conoscendoli ho scoperto che erano persone super alla mano; mi hanno messo nella situazione giusta, mi hanno sentito al microfono e subito mi hanno proposto di fare un disco insieme. Li ho avuti come miti d’infanzia, facevano le basi ad Amir e quando ero piccola me li ascoltavo. Dopo la loro proposta, mi sono fermata un anno e ho scritto.

Non un mixtape, non qualcosa di poco strutturato, ma un vero e proprio disco, quello che Leslie sognava da piccola, quando ancora stava capendo qual era il suo obiettivo. Il suo album non avrà “Un concept. Tendo a parlare di cose molto personali ed è assurdo: vado dallo sfottò – super cliché del rap – al ‘ti parlo di me, della mia intimità’. Ci sono 7-8 pezzi. Volevamo farlo molto più corto, solo che ho portato moltissime tracce nel corso di quest’anno e ce n’erano sempre di più belle, quindi abbiamo continuato ad aggiungerne. Il disco è bello. Mi rende fiera di me”.

Ma quando uscirà? “A breve”.

Quale attitudine attui nell’affrontare una scena musicale dominata da uomini?

Un’attitudine cazzuta, perché – mi rattrista dirlo – in Italia l’Hip Hop è una cosa ancora molto maschilista. Per quanto sia vero che comincio a vedere un riscontro diverso adesso, quelli che ti dicono “Spacchi” rispetto a quelli che realmente ti supportano sono una fetta minima. La sensazione che mi danno è quasi quella di sentirsi minacciati e credo sia per questo che resta un ambiente un po’ chiuso. La mia risposta è che “Gli rompo il culo”.

Pensi che la motivazione per la quale la scena rap ha una preminenza essenzialmente maschile sia data dal fatto che gli uomini riescono rappare meglio delle donne?

Sì. Statisticamente rappano meglio gli uomini. Un maschio che rappa male è sicuramente più ascoltabile di una femmina che rappa male. Io credo nel rap femminile, ma l’Italia non è pronta culturalmente. Sono un po’ impaurita di questa cosa, ma io sono l’eccezione.

Questo è il momento in cui il tuo nome comincia a spiccare nella scena. Com’è successo?

Penso che la cosa fondamentale siano stati The Ceasars. Da quando ho iniziato a lavorare con loro, ho cominciato a fare musica di qualità. Prima facevo il mixtape arrangiato, registrato male con un approccio molto casereccio. I prodotti che stanno uscendo adesso sono di un certo livello: per questo sta iniziando a muovere qualcosa.

Il tuo flow ricorda lo stile di Salmo. Ti ha in qualche modo influenzato?

Veramente? Paradossale, perché io Salmo lo ascolto poco. A me lui piace, ma personalmente non trovo questa somiglianza. Io sono molto più conscious, sono una romanticona: mi piace Mecna.

“Se penso a quando per stare bene mi bastava bere, fumare e non molto altro…”. Come si è complicata la tua vita?

In questo momento sento che sto per fare il salto ragazzina-adulta. I problemi che ho adesso mi sembrano molto più concreti e grandi. Inizio ad essere spaventata dalla vita. Quando ho scritto quel pezzo stavo per avere un crollo. Le cose non si stavano muovendo come io speravo ed avevo paura che se non fosse successo in quel momento, non ci sarebbe stata un’altra occasione. Ero scoraggiata, iniziavo a pensare ad una vita da operaia e mi sentivo sconfitta. Periodaccio.

Chiudi “La partita a mani basse perché hai l’asso nella manica”. Qual è questo asso?

Ho una cosa che non ha nessuno. Sarà il fatto che sono femmina. Sarà che mi approccio alla musica come se fosse una donna. Non ti so spiegare: sento di avere quel qualcosa in più, che fa fare il salto. Potrei fare uno schioffo brutto, ma ci credo troppo in questa cosa.

“Ora punto a fare qualcosa di gigante”. Adesso hai focalizzato cosa sia quel “Qualcosa di gigante”?

Sì: il mio disco.

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