Nessuno Avrebbe Pensato di Essere Pronto Per il Live di MS Lauryn Hill Music

Ce lo ha chiesto, ad un certo punto: “Are you ready”?

Lo ha ripetuto più volte ierisera, sedendosi accanto al trombettista, che per la sua altezza a volte spariva, confondendosi con la cassa. O forse l’intera band completa con tanto di sassofonista, si sono sbiaditi nel momento in cui MS Lauryn Hill ha deciso di presentarsi sul palco del Postepay Sound Rock In Roma all’Ippodromo di Capannelle.

Le tre splendide coriste hanno aperto ondeggiando al ritmo dei loro vocalizzi l’entrata della star sul palco.

“Star” è appropriato.

Si è fatta attendere. Un’ora in cui la gente già un po’ preoccupata su cosa avrebbe dovuto aspettarsi, cominciava a girarsi intorno, a finire le birre e dimezzare il numero di sigarette nel pacchetto.

Luci sul palco, un pantalone bianco finemente quadrettato di un tessuto pesante, che ricadeva parallelo e ordinato su una scarpa che abbiamo cercato di scorgere: forse una zeppa bianca, del tutto in linea con l’outfit. Una camicia candida e le maniche leggermente a sbuffo, una cuffia gialla che muovendosi sotto le luci del palco svelava dei petali che luccicavano appuntati sopra, che la lontananza sfocava. Un trucco che non nascondeva i tratti del volto, così noto dalle fotografie, che vederlo e riconoscerlo (magari un po’ più invecchiato rispetto alla cover di The Score, ma sempre luminoso) ha mosso il primo brivido.

Il glitter sulla linea degli occhi che ad ogni movenza che incrociava i fasci dei fari, brillava, illuminandole il viso.

E il tocco di classe: una jersey da basket blu, un piatto di spaghetti come logo e sotto la scritta “PASTA”, si gira e dietro c’è il numero “10” sopra un non ben visibile “MINUTI”.

Lauryn Hill si presenta con tutto il suo stile, che sa portare fiera.

Una grinta velata da un dubbio: anni di smoderatezza e cronache, avrebbero influito sulla sua esibizione?

Due anni prima all’Auditorium aveva avuto comportamenti nevrotici e la volta prima non si era presentata al live perché ubriaca. I feedback principali erano stati: “È pazza”.

Può darsi, ma se la follia genera un essere che è la manifestazione diretta di ciò che è musica, allora può permettersi anche di vessare continuamente chi l’accompagna sul palco, avere atteggiamenti sconsiderati e capricci da ego trip.

Scattosa con ritmo.

Dei movimenti ad un primo impatto non decifrabili se mossi dal demone della musica o da quello che la perseguita da ormai troppo tempo: quello che l’ha resa irriconoscibile, che le ha fatto vendere i cimeli dei Fugees, che non le ha permesso di registrare nessun album dopo The Miseducation of Lauryn Hill – se non contiamo MTV Unplugged No. 2.0 -, a parte qualche singolo sporadico.

L’orecchio critico e pregiudizioso, rammaricato, che spera che i gesti di stizza che ad ogni fine strofa manifesta alla consolle che gestisce i volumi, non si esasperino fino ad abbandonare il microfono.

Non succede.

Alla prima nota che intona, la bocca si apre, le reticenze si dissolvono.

Passa mezz’ora: i brani sono rivisitazioni degli originali. Vocalizzi da gospel, ottave irraggiungibili.

Si sistema la cuffietta gialla, dirige gli strumenti della band, incita le coriste facendo vorticare la mano.

Segue il ritmo, si pone di spalle e per pochissimo twerka.

Accenna un sorriso.

Durante l’ora e mezzo di live, succede più volte. Inaspettato. All’inizio era corrucciata, si è lamentata: l’abbiamo visto. Sempre qualcosa che non le tornava.

Poi ha iniziato a rappare.

Urla che si sono spezzate per non lasciare che coprissero il flow dell’ambasciatrice di Zion.

La rivendicazione di una donna che rappa meglio di un uomo.

Di un’artista che è dono di una qualche divinità, che con quelle tonalità riesce a richiamare le energie dell’universo.

La differenza di chi ha vinto 5 Grammy Awards negli anni Novanta e non ha accettato le dinamiche dello show-business; quelle che qualunque artista contemporaneo ha sposato, senza aver mai baciato l’anima della musica, quella alla quale Lauryn Hill ha venduto l’anima o dalla quale è stata generata.

Ha chiamato l’Italia, Roma, ha chiesto di “make some noise” per lei, per la band, per le coriste, per i djs e poi ha chiesto se “we have a few fans of the Fugees”?

È partita Fu-Gee-La, mani in aria e le voci del pubblico si sono unite alla sua, diventando un unico coro.

La preoccupazione che “forse durerà poco”, “le reggerà il fiato?” e poi “i brani sono quelli”

Dà un comando, uno “yo” per reclamare l’attenzione del fonico F.o.H., che a quasi ogni fine pezzo veniva richiamato per delle precisazioni per qualcosa che non andava.

“Your love is king, crown you in my heart / Your love is king, never need to part”, cover di Shade e a seguire The Sweetest Taboo.

Quando ha intonato Killing Me Softly with His Song, be’, avremmo potuto seguire il suo consiglio e farlo felicemente.

Se avesse lasciato il palco, nessuno avrebbe avuto recriminazioni.

E invece ha insistito con To Zion, fino ad arrivare a concludere con Doo Wop (That Thing).

Alla fine ha ringraziato, “God Bless You” e “Respect”, ha salutato sventolando la mano in alto e ancheggiando è sparita dietro le quinte.

Spente le luci, abbiamo cercato di richiamarla: la speranza di un bis, al quale nessuno avrebbe creduto.

Tutto si riaccende e lei riappare, abbracciando i suoi figli: la musica per loro, non per l’oro.

Aveva chiesto “Are you ready”?

No, non lo eravamo.