La Dark Polo Gang e Il Presunto Omicidio Della Cultura Music

“BUFU”.

Capisco le parole del momento (ci sono sempre stati i vocaboli slang/giovanili che minano la stabilità di una lingua italiana già precaria) ma perché inserire nel gergo comune un acronimo in inglese coniato da un gruppo musicale del quale non si è capito se sia apprezzato seriamente o se riceva attenzione per l’originalità del prodotto che sono diventati?

Voglio dire: quanta serietà c’è in questa cosa?

La Dark Polo Gang ci crede veramente nei personaggi che si è creata?

“BUFU è nata dal nulla e adesso è culto” ed è frutto dello slang di Sick Luke “american boy italianizzato”, dichiarano in un’intervista a Radio Deejay.

Sick Luke, sì, il produttore figlio di Duke Montana, che ha realizzato il beat di Pellerossa di In The Panchine, che collabora tra i tanti, con Sfera Ebbasta e Izi, valido elemento della scena romana.

All’improvviso: occhiali da donna, magliette lunghe, pantaloni attillati e accessori femminili.

La Dark Polo Gang trappa.

Niente a che vedere con il rap.

Fioriscono come rose profumate in un campo adolescenziale, in cui chi si ritrova a quasi trent’anni non capisce bene.

Fanno trap e si presentano “così come sono”. Nella loro affettata superficialità nel conciarsi con fazzoletti in testa, orecchini, abiti strettissimi, la passione smodata per le le griffe e mille altre cose di dubbio orientamento sessuale. “Frocio per mio fratello”, ma non con un’accezione negativa, anzi. Sono la gang dell’amore “mandano bacini agli haters”.

Loro sono i primi a discostarsi da una qualunque ramo che abbia a che fare con il rap.

È l’inizio della vecchiaia: quando le notizie stentano ad arrivare, mentre alla domanda “conosci la Dark Polo Gang?” con espressione che sia di disgusto o di ammirazione, la risposta di un qualunque quattordicenne è “sì”.

Sono strofe che parlano di soldi, droga, troie, bling bling e citazione di marchi di moda.

Benissimo, argomenti già affrontati.

È l’approccio, il contenuto assente, l’incoerenza, la mancanza di uno schema…

D’accordo: non paragonare al rap.

No: la trap è una cosa parallela, che in alcuni casi è evoluzione del rap, ma è una scelta artistica di chi faceva una cosa e poi ha deciso di cambiare.

La Dark Polo Gang non ha mai fatto rap. Ha iniziato col suono sincopato e forse morirà con quello.

Dalla capitale, con gli occhiali Moschino e gli abiti Calvin Klein con la cocaina, sono arrivati a Milano (città in cui vengono particolarmente apprezzati, a quanto pare).

“Triplo 7 su ogni cosa” è “Sette colli, sette re, sette peccati capitali” o anche 7 “come il jackpot alle slot machine; ricchi per sempre, vincere” – leggo in un articolo di Noisey: interpretazione plurima. Neologismi con molteplici significati: come quando nella versione di greco trovavi una parola che poteva dire “acqua”, ma anche “capra”. C’è della confusione specchio del nuovo millennio.

La prima avvisaglia di scalata dal niente all’approdo a più di un ascoltatore che non fosse l’amico della porta accanto, è stata una home invasa da fotografie irrisorie con oggetti casuali appoggiati all’orecchio e didascalie “Skrrrrrr”.

Il dileggio è già fruizione.

E ultimamente “BUFU” è entrato troppo rapidamente nel gergo comune: un insulto che è stato rivolto anche ad Inoki.

Un’offesa che senti al tavolo accanto, mentre stai sorseggiando lo spritz dell’aperitivo.

“Flexo”, inglesismi che si insinuano nel linguaggio comune.

Lo hanno già fatto, si usa; la prima parola che mi viene in mente è “checka”. Slang che italianizza l’inglese, come “propsare”, “sblastare”

Ma continuo a ricadere nella cultura del rap.

Qui, stiamo parlando di trash.

Che si approvi o meno, l’attitudine del “non me ne frega un cazzo”, la coerenza volutamente assente nei testi e l’esasperazione dello “swag” e dell’apparenza vanno a delineare l’aspetto della Dark Polo Gang, che in modo sfacciatamente palese si può definire solo trash. O le nuove generazioni hanno portato un gusto con dei canoni dei quali non tutti sono stati informati.

Un’altra sfaccettatura della Gang è data dal pezzo Cavallini featuring Sfera Ebbasta, uno dei pezzi più acclamati, che fa esplicito riferimento al vestiario Ralph Lauren. Chissà cosa ne penserebbero gli affiliati di Lo Life di Brooklyn. Alcuni esponenti li possiamo trovare anche in Italia, molto più vicini di quanto pensereste e accostando i due gruppi, ad un primo impatto (e forse anche ad un secondo) le due icone visivamente e concettualmente stridono un po’.

Ogni generazione è stata afflitta dai tormentoni trash. A suo modo anche Heather Parisi era trash quando intonava “Cicale cicale cicale”.

La classe primi anni Novanta, a 16 anni aveva Gunther che cantava “Mmm… Don’t touch my tralalala”.

Però passava, lo sapevano, lo sapevamo. E poi era dichiaratamente ironico. Anche la stessa Rita Pavone credo non si prendesse particolarmente sul serio quando cantava “Viva la pappa col pomodoro”. Quanta profondità poteva avere un pezzo come quello? Tanta quanto la Macarena.

Anche il Genio con Pop Porno sapeva che sarebbe durato una stagione.

Mentre la differenza qua sta nel fatto che la Dark Polo Gang (almeno apparentemente) ci crede molto nell’immagine che offre.

“Dark Polo, siamo la Bibbia”.

Adesso, è passato l’anno e qui stiamo ad insultare con BUFU.

La prima volta che l’ho sentito l’ho associato al marchio di basket FUBU: Jersey gialla con scritta blu, per dire.

Guè Pequeno oltre ad essere nel loro ultimo disco Twins, li ha definiti: “Il gruppo più figo d’Italia”.

Pure Fabri Fibra li cita con telefonate con scarpe.

Forse un giorno capiremo, forse un giorno moriremo senza aver capito e nell’esalare l’ultimo respiro qualcuno sussurrerà “BUFU”.

A quel punto la cultura (dileggiata nel momento stesso in cui viene citata) sarà morta insieme a quel sospiro finale.

In definitiva, basta con l’odio: grandissimi.

Ci siete riusciti – qualunque cosa fosse – l’avete fatto.