Carl Brave e Franco 126 Diventeranno “Come Vasco Rossi” Music / Un Sigaro con...

Coraggio.

Un cognome, un incitamento, un’attitudine.

Carl Brave e Franco 126 ne sono la rappresentazione concreta.

È un pomeriggio primaverile e il venticello che soffia è una brezza piacevole.

Una piazza che sta sgomberando il mercato tra quelle vie che ricorrono nei brani dei giovani artisti, che siedono al baretto.

Un vassoio con qualche tazzina già bevuta e un bicchiere di plastica colmo di Peroni.

Carl si è svegliato da poco e si nasconde dietro degli occhiali scuri; Franco siede più introverso, tenendo le mani nelle tasche della felpa.

Le foglie si dondolano delicatamente. Probabilmente una mosca sorvola le nostre teste, mentre il polline imperversa nella piazza.

La prima domanda la pone Carl: “Come hai conosciuto la nostra musica”? Un interrogativo che avrà reciproca risposta: passaparola. E voi come l’avete divulgata? “Abbiamo fatto uscire un pezzo a settimana e abbiamo alzato l’hype” mi racconta Carl e Franco aggiunge che “sempre in 2 è diventata abbastanza virale. Ha fatto partire tutto. Passaparola e da Roma sud hanno cominciato ad ascoltarla anche a Roma nord”.

Polaroid è iniziato con Sempre in 2.

Carl Dovevamo scegliere le grafiche e abbiamo pensato di fare una cosa diversa, che riprendesse anche l’immaginario delle strumentazioni vecchie e vintage. Qui, ci sono i bangladini con le polaroid e abbiamo detto “Prendiamo la palla al balzo. Famo le foto e abbiamo unito le due cose”.

Franco Spontaneo. Quella doveva essere una traccia così. Non avevamo un grafico e allora ci siamo inventati questa cosa. Non dovevamo fare un progetto Polaroid, poi abbiamo fatto la seconda traccia e abbiamo detto ‘Va be’, famo pure un’altra polaroid’. Però d’emblée.

Entrambi rappavano: ubriachi, agitando un microfono e con una bottiglia di vodka in mano. Così gestivano il palco: “Con il rap vai ‘mbriaco lercio e vai di cazzimma” dice Franco. Ora è diverso: “Devi cantare”, aggiunge Carl. Con Polaroid, Carl e Franco hanno dovuto rivedere il modo di gestire un live. Uno vero, con delle prove “mai fatte prima in vita nostra” mi confida Carl, una band che li segue, un respiro controllato e una posa ferma “se no, non ci regge il diaframma”. Hanno cambiato approccio, “stiamo diventando più professionali”.

Si sono conosciuti “tramite Drone – che era amico suo – e Ketama”, racconta Franco “che ci facevano le basi”, Carl sintetizza che sono “diventati amici. C’erano delle affinità” e dall’amicizia è nata la musica. “Abbiamo fatto il progetto trap insieme – che non è mai uscito e il passaggio successivo è stato questa roba qua” conclude Franco. Entrambi già facevano “musica da una vita”, sottolinea Franco, ognuno a modo suo, con un diverso stile, con un differente approccio, un altro genere.

Gli anni sono quelli dai 20 ai 30, quell’età in cui decidi qual è la tua strada e loro già dal primo giorno hanno deciso che in fondo ci sarebbe stato lo stadio: “Diventeremo come Vasco Rossi”.

“Puntiamo sempre al massimo. Cosa ridi?”  Mi riprende Carl.

Provengono da quell’infanzia in cui c’erano i tamagochi, le Hot Wheels e il Crystal Ball, che aveva quell’odore inconfondibile.

“Ma ce lo mangiavamo il Crystal Ball” s’interroga Carl.

“Può essere”, risponde Franco; forse lo masticavamo.

Carl prende il telefono e si appunta il nome delle macchinine con cui giocavamo da bambini: “Questo lo uso nel prossimo pezzo” e Franco completa il pensiero “sì, una cosa un po’ vecchio stile: ‘Veloce come…”. Ogni dettaglio è uno spunto da trasformare in musica.

Parlano per immagini “vere, magari racconti di amici miei, che in qualche modo vivo” confida Franco “lui è sempre sul personale invece”, perché “le persone vogliono riconoscersi nelle canzoni” e le tematiche dei testi, che offrono degli spaccati di una città che potrebbe essere Roma, come qualsiasi altra, che profuma di romanticismo. “Quindi siete due romanticoni?” e Carl prontamente ribatte “no, tutto il contrario”. Poi ci ripensa: non è del tutto vero. “Siamo anche questo”, corregge Franco.

Polaroid è un disco nato da una spontaneità  rivisitata nel tempo.

Franco Ci siamo cimentati in una cosa nuova, è venuta bene e abbiamo continuato a farla. Senza metterci a tavolino prima.

Dal loro bangla di fiducia del quale hanno il numero per immortalare quelle scene che descrivono con il loro rap-indie-cantato alla modalità di stendere le strofe, che rispecchiano la dualità dei caratteri.

Carl è quello ironico, Franco quello più introverso.

Sono canzoni leggere, che uniscono la tradizione del cantautorato italiano alla trap d’Oltreoceano.

Ma non è musica dedicata solo a quella fascia adolescenziale, che segue l’artista che parla d’amore; è un musica che vuole essere canticchiata.

“Basta con la roba impegnata” e in fondo a chi è che non piace cantare? Ci troviamo concordi nell’apprezzare il lavoro di Coez, non solo quello rap, ma forse di più quello attuale: l’evoluzione del ritornellaro.

L’armonia è la chiave.

Eppure Franco ascoltava DJ Gruff, quello della Golden Age. A lui piacerebbe la vostra musica? Con un drastico “sicuramente no”, Franco tronca il discorso. Probabilmente ha ragione.

Da Gruff alla Dark Polo Gang, della quale sono amici e si ascoltano i pezzi.

Ci deve essere per forza un’evoluzione e loro l’hanno sintetizzata in Polaroid, che rispecchia l’animo musicale e umano opposto dei due artisti. Hanno anche una band, però a Carl non piace apporre un aggettivo possessivo davanti ai componenti, “ah, pensavo ti riferissi alla fonetica: bassista, violoncellista…”, spiega Franco. Ossimorici e complementari.

Un’altra Peroni e una prospettiva futura: Carl siederà davanti al San Callisto, a sostituzione dei vecchi oggi che stanziano ai tavolini sfidandosi a carte.

Presumibilmente con la stessa birra sul tavolo. Avevano provato a richiedere anche lo sponsor alla Peroni, ma ancora niente.

“Ce lo daranno” afferma convinto Franco, “Gli abbiamo dato i milioni” aggiunge Carl. Testimone il video di Pellaria “Che prima era ‘Per Aria’” puntualizza Franco, “Ma sembravamo troppo milanesi”.

Polaroid è l’album da canticchiare e farsi entrare in testa, intonando a mezzavoce “Nanaaa”, mentre lo ascolti in cuffia tra un viaggio in metro e l’altro.

Mentre Franco canticchia Magazine della Dark Polo Gang, li lascio con la promessa di una polaroid insieme al loro prossimo live.

Trastevere è l’Oltreoceano di Roma.